Artist: Samael
Title: “Worship Him”
Label: Osmose Productions
Year: 1991
Genre: Black Metal
Country: Svizzera
Tracklist:
1. “Sleep Of Death”
2. “Worship Him”
3. “Knowledge Of The Ancient Kingdom”
4. “Morbid Metal”
5. “Ride Of Cthulhu”
6. “The Black Face”
7. “Into The Pentagram”
8. “Messanger Of The Light”
9. “Last Benediction”
10. “The Dark”

“— Have you never seen a girl who has a dick, and the color is pink?[?????]”
“— No, but I know mother’s christ looks like that.”
Il surreale scambio di battute che avete appena avuto il piacere di leggere, estratto dalle pagine del sesto numero della fanzine svedese Putrefaction, racchiude in sé quello che con tutta probabilità è lo stato mentale imperante nel sottobosco metallico europeo a cavallo tra anni Ottanta e Novanta: sentitisi in un certo senso defraudati dal salto al di là dell’Atlantico da parte dei suoni pesanti e soprattutto dell’attenzione mediatica intorno ad essi, i giovani appassionati attivi nelle varie micro-scene del Vecchio Continente si sbizzarriscono (col favore della lontananza dai riflettori) in dichiarazioni in bilico tra l’iperbolico e il burlesco, il cui effetto straniante è peraltro decuplicato qualora la personalità interessata si riveli col tempo essere un intelletto assai superiore alla media del popolo borchiato. Leggere quindi dopo trentacinque inverni nientemeno che Michael “Vorphalack” Locher, qui intervistato dal futuro patrón di No Fashion Records Tomas Nyqvist, disquisire amabilmente delle proprie secrezioni intestinali e parafilie assortite, da un lato non può non scatenare una certa ilarità (anche senza tracciare il paragone tra l’esaltato ventiduenne di allora ed il raffinato paroliere degli ultimi trent’anni di Samael), dall’altro apre un varco tra l’iperconnessa attualità dove ognuno legge e dunque sa tutto di tutti ed un passato in cui, al contrario, la dimensione sotterranea di questo ambiente favoriva incroci magari ridicoli eppure autentici tra realtà e mito, creati con le sole parole stampate su carta ciclostilata dai misteriosi officianti di un culto proibito atto ad evocare qualcosa di nuovo; uno spettro aggirantesi per l’Europa, se così vogliamo metterla giù, con il compito di riportare in quelle terre l’ancestrale terrore che, pur con tutto lo spargimento di sangue possibile, i grandi gruppi Thrash e Death a stelle e strisce non sarebbero mai stati in grado di eguagliare.

Il valzer di bestialità sommerse viene così inaugurato da “Deathcrush”, un punto di svolta fatto e finito per quello che è il concetto di estremo nella sua declinazione underground, nella cui scia convergono i biograficamente connessi “December Moon” ed “Anno Domini”, senza accantonare altre release di natura e distribuzione travagliate quale sarà ad esempio il “The Oath Of Black Blood” dato alle (relativamente poche) stampe più avanti nel medesimo 1991. Le truppe di codesta nuova legione raggiornano l’indole scioccante dei Venom alle caotiche potenzialità del Thrash tedesco più intransigente, magari filtrate attraverso tutti i colori del buio teorizzati dalle varie incarnazioni del genio di Tom G. Warrior, dal Doom primordiale di Candlemass e Paradise Lost, in certi casi persino dalla tradizione Dark/Goth britannica, e lo fanno senza l’appoggio e le infrastrutture di una scena organizzata (e di conseguenza senza alcuna ambizione di successo) a differenza del Death Metal che si prepara a furoreggiare in Svezia ad inizio Nineties. A modo loro, Mayhem, Morbid, Tormentor e Beherit sono infatti quanto di più interessante e fresco il magma di distorsioni inaudite e frequenze respingenti stia sputando fuori, ed è chiaro come a spingerne in avanti gli sforzi vi siano valori di unità quando non di autentica fratellanza in nome dell’Avversario: figurata, ma pure letterale. Il ’91 è non a caso l’anno nel quale i Rotting Christ dei fratelli Tolis manifestano per la prima volta la loro presenza e quella della madre-terra Grecia sull’atlante nero, mediante quel mini-album di nome “Passage To Arcturo” che parafrasando qualcheduno è un provvidenziale lampo nel cielo del sud; ed in perfetto parallelismo con la creatura di Atene ci sono i Samael dalla Svizzera, formatisi anche loro nell’87 per volere di due giovani consanguinei ma già dai primi passi, sincretizzati nel nastro ribattezzato EP “Medieval Prophecy”, completamente scevri di rimasugli Death/Grind e centrati su una formula ancor meno rassicurante.

Da quel preciso pantano di umori color carbone, oggi invero anche complesso da decifrare a ritroso, trae origine ed innata convinzione “Worship Him”: in retrospettiva tanto una delle molteplici controprove che il metallo estremo europeo era tutto fuorché appagato dai livelli di cattiveria raggiunti col tramonto della decade ottantiana, quanto un mattone essenziale su cui poggiare sia il braciere in cui arderà la Nera Fiamma norvegese di lì a giusto un annetto, sia la nicchia scavata da uno dei marchi discografici ad essa più legati. Sarebbe alquanto difficile immaginare una visione già chiara del proprio futuro finanche imprenditoriale nella testa del parimenti imberbe Hervé Herbaut, stando a quanto si dice precipitatosi a proporre ai fratelli Locher di rilasciarne il debut mediante la sua appena nata Osmose Productions dopo un riuscito live in terra francese; eppure la leggenda creatasi attorno all’iconica label transalpina avrebbe assunto senz’altro connotati diversi qualora privata di un punto di partenza così forte in quanto a personalità e voglia di distinguersi nel panorama in questione. Per quanto la lezione di Hellhammer e Celtic Frost abbia lasciato un solco netto anche solo per questioni geografiche nell’operato di Vorphalack e Xytraguptor, con le chitarre pastose chiamate a dirigere ad esempio le operazioni lungo l’introduttiva “Sleep Of Death” e la finale “The Dark”, una simile cornice si distacca dai palesi exempla sotto i rumorosi colpi di doppia cassa vibrati da un drumming ancora analogico ma già allora in qualche modo robotico e freddo, anche e soprattutto negli attimi di frenesia. Rigido e poco propenso a fill e divagazioni nemmeno quando i bpm aumentano (ovvero in una “Morbid Metal” fieramente irrorata di Sudamerica, oppure nella “The Black Face” che coi suoi cordofoni dalle tonalità rialzate punta invero la bussola verso la Scandinavia senza più ritorno, facendone sebbene di passaggio nel 1991 il primo disco di effettivo Norwegian Black Metal a non uscire dalla Norvegia), l’austero approccio di Alexandre “Xytraguptor” Locher rende decisamente meglio sulle marce funeree grazie alle quali “Worship Him” ha ispirato e continua a ispirare una quantità incalcolabile di act, dai maggiori interpreti delle solforose atmosfere elleniche venute a crearsi pochissimo dopo fino ai lisergici monicker affacciatisi col Nuovo Millennio dagli acquitrini di Germania e Olanda col benestare di Ván Records. La destrutturazione dell’intero riff in miasmi a pennata unica, modus operandi adoperato pure nella stessa “Morbid Metal” quando c’è da intonarne lo scarno refrain, dà corpo alla base costitutiva delle altrettanto riuscite “Knowledge Of The Ancient Kingdom” e “Messenger Of The Light”, dove il minimalismo delle sei corde le rende tutt’uno col mefitico ringhio del cantante: e nel frattempo, ancora più giù nell’abisso scavato dal duo rossocrociato, si muovono a passi ulteriormente rallentati di puro Doom annerito ante-litteram degli autentici abomini a sette note del calibro della pachidermica title-track, o di una “Into The Pentagram” la quale ancor prima del suo remake sull’EP “Rebellion” era candidata a brano simbolo dell’opera e di tutta la prima incarnazione creativa dei Samael.
Alla stregua pertanto di un’entità arcana uscita dalla penna di H.P. Lovecraft, che i due fratelli si prendono oltretutto la briga di citare nella strumentale “Rite Of Cthulhu”, la vera eredità lasciata da questi quaranta minuti propedeutici alla carriera dell’ensemble elvetico striscia trasversale ed insidiosa nei meandri del sottobosco distorto continentale, e ribadisce con addirittura maggiore fermezza rispetto a certi pionieri con sede a Zurigo che la velocità, in campo Metal, è sì un gradevole insaporitore ma non certo la conditio sine qua non per ottenere qualcosa di interessante. Il carattere fondativo di “Worship Him”, oggi come tre decenni ed un lustro addietro, risiede nella sua sostanziale singolarità nel percorso dei Samael, essendo l’unico a beneficiare di quel sound-design primitivo antecedente allo sbarco su Century Media ed al rivoluzionario sodalizio con Waldemar Sorychta, nonché ovviamente l’unico prodotto degli sforzi della sola diarchia Locher senza apporti esterni al puro legame di sangue tra di essi (vedasi il Masmiseîm citato nel booklet e tuttavia non ancora operativo). Se però teniamo a mente come la parabola del marchio svizzero sia essenzialmente una sequela di stravolgimenti, per lo meno fino alla cristallizzazione di “Eternal” occorsa più avanti allo scadere del secolo, allora riesce alquanto difficile immaginare un punto di partenza migliore dell’ormai trentacinquenne catalogato OP 001, una bestia rara che il tempo ha reso all’istante riconoscibile come un’icona della musica estrema tutta, insieme al suo artwork dalle accattivanti venature orientali, aliene e minacciosamente indecifrabili; e mentre con l’avvicendarsi della discografia il nome Samael è stato poi (anche giustamente) confinato entro uno steccato tutto suo, un rispolvero a “Worship Him” rinfresca la memoria di quando l’act del Canton Vallese era a pieno titolo non soltanto integrato nello scenario estremo bensì nella sua plancia di comando, con tutte le sue croci e soprattutto diaboliche delizie.
– Michele “Ordog” Finelli –
